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TIBET- di Lya

“Ma ci deve proprio andare in Tibet? TIBETLo sa che potrebbe essere pericoloso per lei?” Così mi dice il dottore quando gli chiedo che farmaci devo prendere per sopportare i disagi dell’altitudine. “Sì dottore devo proprio andarci!”. Figuriamoci se mi faccio fermare da quella parte di me che mi vorrebbe ragionevole e prudente. È quasi un anno che mi alleno salendo a San Luca per poter affrontare un piccolo trek che farò a 4300 metri, per raggiungere un monastero femminile.

 

Verso Lhasa

I controlli alla dogana sono interminabili, non solo per i documenti ma svuotano gli zaini e controllano libri e guide alla ricerca di immagini del Dalai Lama che sono proibite. Per passare ti perquisiscono con generosi palpeggiamenti anche ai genitali, le guardie hanno uno sguardo duro e la nostra guida tibetana non può denunciarsi tale ma come facente parte del gruppo; questa accoglienza la dice lunga sulla situazione discriminatoria che troveremo nei confronti del popolo tibetano da parte dei cinesi.

Abbiamo scelto di appoggiarci a guide, autisti e strutture gestite da tibetani per un motivo etico, per aiutare la popolazione a resistere alla progressiva cancellazione di una cultura millenaria dove la spiritualità è l’essenza e il collante sociale.                       

A Lhasa siamo alloggiati nel Barcor, il circuito sacro che i tibetani percorrono come una preghiera. Ci dicono di riposare perché essere catapultati da 1400 metri di Katmandu a Lhasa a 3700 metri non è uno scherzo. Come si fa, non riesco a stare sdraiata nel letto e mi metto a guardare fuori dalla finestra, una miriade di volti, abbigliamenti inconsueti e meravigliosi, una donna mette il pollice e l’indice al naso e lo soffia lanciando lontano il muco, non ci posso credere! In Tibet non si usa il fazzoletto da naso è di cattivo gusto. Finalmente usciamo, non so dove guardare, vorrei divorare tutto con gli occhi, sono circondata da pellegrini in preghiera che arrivano da lontano e procedono unendo le mani protette da tavolette per poi scivolare a terralhasa sdraiandosi, sempre così fino ad arrivare al Jokhang il tempio buddista più importante di Lhasa. Mentre cammino un bimbetto mi prende la mano e mi sorride, vorrei baciarlo tanto è carino con le sue guanciotte rosse incrostate di muco.         

Alcuni giovani uomini sono bellissimi con lunghi capelli neri raccolti in una treccia che circonda il capo.

 uomoLe donne hanno acconciature piene di coralli, turchesi e ambre. I monaci sono tantissimi alcuni con tuniche arancioni, altri con tuniche rosse, tutti sorridono, non posso credere di essere qui, l’emozione è forte, il contrasto con il mio mondo è enorme.

donna

donna con bambino

Il Potala e la sottile perfidia cinese

Già salire le scale per raggiungere l’entrata è potalastato faticosissimo, ma quello che ci aspettava ne valeva la pena. Il palazzo del Potala è il simbolo del Tibet, fu la residenza dei Lama e dell’ultimo il 14 ° Dalai Lama fuggito nel 1959 in seguito all’invasione cinese. Da allora il governo cinese l’ha trasformato in museo e ha smesso di essere luogo di culto per i tibetani.  Il Potala è immenso, ha tredici piani e 1000 stanze, gli interni sono ricchissimi, completamenti dipinti e pieni di oggetti sacri in oro tempestati di pietre preziose, come quello del V Dalai Lama fatto con tre tonnellate d’oro.  La nostra guida tibetana ci racconta come sistematicamente sia in atto la normalizzazione del popolo tibetano ad opera dei cinesi. Nei pressi del Potala nell’area sacra, è stata costruita una casa da gioco in sfregio ai sentimenti religiosi di quel popolo. Molti turisti cinesi visitano ogni anno il Tibet e le guide cinesi raccontano una storia diversa dalla realtà, ad esempio di come il Tibet abbia sempre fatto parte del territorio cinese. Ma non sono solo queste dimenticanze e mistificazioni storiche a gettare un’ombra inquietante sul Tibet, sono anche i racconti delle sterilizzazioni che molte donne tibetane hanno subito a loro insaputa in occasione di ricoveri ospedalieri, per non parlare della limitazione per i tibetani negli spostamenti tra le varie cittadine, delle agevolazioni date ai cinesi che si trasferiscono in Tibet a danno dei tibetani. monaciChe ci sia un forte controllo è evidente, quando ci spostiamo nel territorio incontriamo moltissimi posti di polizia e anche molti monasteri sono controllati come in uno dove un monaco nel mirino della polizia è stato allontanato per il suo operato e la nostra guida ha portato sue notizie.

 

 

La mia prova

Arriviamo a Samye verso sera, attraverso uno scenario potente fatto di dune di sabbia altissime. Alloggiamo presso il monastero, sistemazione spartanissima, gli uomini del gruppo in una stanza e le donne in un’altra, praticamente uno stanzone con delle brande ma il bello doveva ancora arrivare! Quando si parla di gabinetti tibetani si parla dell’esperienza peggiore che una persona possa immaginare. Un luogo senza porta dove chiunque può entrare con fori nel pavimento che danno direttamente ad una caditoia nel terreno; non c’è acqua corrente ma un secchio con un mestolo, il tanfo è terribile. Come fare per non svenire? Mi attrezzo con una salvietta profumata che premo contro il naso e mi lego la bandana per non farla scappare, in questo modo e molto velocemente usufruisco del “cesso”.monastero samye

La mattina colazione con miele, pane tibetano, mela e the al gelsomino. Partiamo con i trattori per circa 20 Km in un percorso estremamente accidentato con guadi, ruscelli, buche e qualche impantanamento; con la schiena provata arriviamo alla base del nostro trek che ci porterà a più di 4300 metri. Inizia a piovere, saliamo solo in sei. La salita è faticosa ma sono felicissima, questa è la mia prova del fuoco, devo farcela. Arriviamo in cima, è meraviglioso! L’eremo all’improvviso appare, annunciato da alberi pieni di bandiere di preghiera e sassolini appesi ad un filo. Le monache, abbigliate come i monaci e con la testa rasata ci accolgono offrendoci il the e mettendo più legna nella stufa. Sergio mio marito, nell’attraversare la piccola porta d’entrata, batte la testa e le monache lo fanno sedere nel piccolo ambiente dandogli una patata bollita, il loro pranzo. Sono bagnata e infreddolita ma felicissima.

 

 

Simboli ed energia alternativa

In una giornata di trasferimento ci fermiamo a visitare fattoriauna fattoria, una casa isolata in mezzo ad un territorio montuoso intervallato da valli percorse da nomadi e yak. L’architettura è semplice circondata da un muretto con strane decorazioni, quando ci avviciniamo notiamo ripetuti simboli che a noi suscitano ricordi inquietanti: la croce uncinata è stata scippata dai nazisti e da simbolo buddista del sole e moto dell’universo è diventato il simbolo di atrocità . Superato questo impatto, sono incuriosita dall’impronta di piccole mani su formelle tonde che ricoprono tutto il muro di cinta della casa, mi spiegano che quelle sono le cacche delle mucche che i bambini raccolgono e schiacciano conto il muro per farle seccare, verranno poi usate come combustibile, vista la scarsità di legna a quelle altitudini. Nel “cortile di casa” c’è una specie di parabola fornello che sostiene una teiera molto vissuta, un modo per sfruttare l’energia solare per un the.

Conclusione

Ho fatto altri viaggi ma il Tibet mi è rimasto nel cuore,bambini quando lo penso mi commuovo ancora è un ricordo intenso, vissuto in modo profondo, la sua spiritualità non ti lascia indifferente, la sua gente fiera e sorridente ti colpisce. I bambini sporchi con le croste nel naso  ti guardano incuriositi e se offri la cioccolata la sputano schifati ma si può? E poi le donne che lavorano cantando e la gente dei villaggi che al ritorno dai campi si fermano a ballare in gruppo e la Puja, la preghiera serale nei monasteri, accompagnata dal suono delle lunghe trombe, ti rapisce e stordisce. Sopra tutto l’Everest e la fatica di camminare a 5200 metri con la consapevolezza di essere alla base del monte più alto del mondo. Dopo 21 giorni il ritorno è stato difficile, per molto tempo la mia testa era ancora in Tibet e le immagini mi seguivano anche ad occhi aperti.

danzatrici

 

Lya

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