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I grandi parchi americani del Sud Ovest - di Sandra

 

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È stato l’ultimo grande viaggio fatto nel 2019 e ce l’ho ancora nel cuore. Non so perché ho aspettato tanto a farlo. Forse perché c’erano mondi più lontani e “faticosi” da conoscere prima (l’Africa, l’India, la Patagonia…), forse per qualche pregiudizio da ex sessantottina verso gli americani, forse perché a chi ha amato molto il cinema americano sembrano sempre tanto familiari gli scenari naturali, gli scorci urbani, o i “tipi” che si incontrano che non c’è bisogno di scoprirli dal vivo. Ero stata nel 1986 soltanto a Washington e New York (città affascinante, elettrizzante) e poi la vita mi aveva portata altrove. Tornerò negli Stati Uniti, appena si potrà ancora viaggiare.

Non vi parlerò della California che generalmente, appunto, in qualche modo conosciamo già. La scoperta per me è stata comunque San Francisco: bellissima, con la luce dell’oceano ovunque, piena di mondi diversi che sembrano convivere in pace, di ragazzi belli e sportivi e di gente giovane nella testa, che sembra guardare solo avanti a sé e rispetto alla quale il mio sguardo sul mondo sembra quello di un dinosauro... È una città in cui si potrebbe vivere bene e in cui forse alcuni aspetti del sogno americano sono ancora vivi (il figlio di braccianti agricoli messicani clandestini che entra a Berkley, la più famosa ed elitaria università pubblica americana, si laurea e diventa un imprenditore di successo, che finanzia borse di studio per figli di migranti: potrebbe succedere anche in Italia?).

Non vi parlerò neanche di certi aspetti tipici dell’America profonda, che sono ben noti, ma lasciano comunque impressionati, come la quantità pazzesca di grandi obesi giganti (c’è chi è ormai ridotto in sedia a rotelle), l’aria condizionata da infarto ovunque, gli incredibili mezzi di trasporto - dai trucks d’acciaio ai treni merci lunghi svariati chilometri ai monumentali pickup, che devono sì affrontare grandi distanze e forse anche grandi nevicate, ma sembrano soprattutto mezzi militari, con la sottoscritta che arriva al massimo ai fanali e che necessiterebbe probabilmente di una autogru per salire a bordo.

E ancora le cittadine dei film, come la Holt dei romanzi di Haruf, appunto, con la main street, le case basse, i negozi da un lato della strada e dall’altro l’ufficio postale e lo sceriffo della contea, e l’immancabile caffè/tavola calda dove magari il venerdì e il sabato si fa musica country.

 

È la grandiosità dei paesaggi a rappresentare un’esperienza unica, un po’ come in Africa, specie per chi come noi proviene da territori fortemente urbanizzati, dove anche le montagne offrono scorci di panorami magici ma tra reticoli di strade e un viavai incessante di umani a spasso. Chi ad esempio non riconoscerebbe al volo la Monument Valley? Ce l’abbiamo anche nella schermata iniziale del telefonino, ma girarci dentro a coprire distanze come Parma-Bologna fa la differenza tra la cartolina  e l’esperienza esistenziale. Dei grandi parchi quello che forse mi ha colpito di più – perché ci siamo arrivati quasi al tramonto, con la luce giusta e non c’era nessuno – è Canyonlands, quello dove Thelma e Luise si lanciano nel vuoto. Si potrebbe essere su Marte. Canyons di pietra rossa a perdita d’occhio in qualunque direzione e senza alcuna traccia umana, la terra più antica del mondo (fino a 300 milioni di anni), cieli giganteschi che sembrano schiacciarti, nella luce limpidissima e rosata di montagna, nel silenzio.

Ma l’esperienza più sorprendente e i paesaggi che ancora adesso mi porto dentro sono le sterminate praterie degli altopiani, nello Utah (stato abitato solo nel 20% del suo territorio…) e nel Colorado. Un mare di erba verdissima mossa dal vento, un fiume che ci si snoda lento, mandrie e greggi non si sa di chi (l’ultima fattoria si è vista 40-50 chilometri prima), branchi di mustags, i cavalli selvaggi della leggenda dei nativi americani, cieli bassissimi mossi di nuvole. Un territorio immenso, vuoto di abitanti e ancora selvaggio, com’è sempre stato, con l’inspiegabile contrasto tra la terra geologicamente più antica e le popolazioni più scarse e recenti (i pueblo degli indiani anasazi nell’altopiano di Mesa verde, nel XIV secolo ovvero il punto più alto della loro civiltà, hanno l’aspetto dei “nostri” villaggi del neolitico, nell’età in cui Venezia e Firenze insegnavano al mondo il capitalismo e l’arte). L’anima wild che credo stia dentro ogni americano anche di recente immigrazione, anche se magari vive stipato nelle metropoli della East or West Coast, è qualche cosa di profondamente diverso dalla possibile esperienza di un europeo. Anche in Asia, perfino in Africa che è piena di spazi immensi e di animali, è difficile trovare queste caratteristiche antropologiche. Terra antichissima dal punto di vista geologico, persino le sequoie più antiche che esistano al mondo, e una popolazione giovanissima e scarsa, quasi “senza storia” rispetto a noi, come agli americani sembrano gli abitanti dell’Ovest rispetto a quelli di Philadelphia o Boston (che anche loro poi non hanno tanti secoli alle spalle…).

Con un ottimo bicchiere di vino della Napa Valley parchi americani2in mano, le foche e i leoni marini che chiacchierano al sole del tramonto nelle piattaforme del Fisherman’s Wharf di San Francisco, ci si prepara al viaggio di ritorno l’indomani. Non solo 15 ore di volo (con lo scalo): un viaggio di ritorno da veramente molto lontano. Bisognerà tornarci!

 

Sandra

 

 

 

 

 

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